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sabato 20 febbraio 2016

Roberto Rossellini, documentarista televisivo: "L'età del ferro"


Mi fa piacere ritornare su un argomento che ho avuto il piacere di trattare in un contributo che presentai con Maurizio Pellegrini (responsabile del Laboratorio di Didattica e Comunicazione visuale della Soprintendenza Archeologia del Lazio e dell'Etruria Meridionale) al Quinto Convegno Nazionale dei Piccoli Musei (Viterbo, 26-27 settembre 2014), in gran parte incentrato sul documentario. In quella occasione, in particolare, mi interessai alla figura di Roberto Rossellini documentarista, un aspetto della produzione del grande regista che è ancora poco conosciuto dal grande pubblico. A tale proposito, riporto qui un brano del saggio di Stefano Masi ed Enrico Lancia, "I film di Roberto Rossellini", Roma 1987, in cui è riportata un'analisi del documentario in cinque puntate, L'età del ferro.

(...) L'apparato televisivo accoglie Roberto con una sorta di compiaciuto scetticismo. Lo mette nella condizione di realizzare i suoi progetti, ma gli offre budget di modestissima entità. Tanto che Roberto si ritrova in quella stessa situazione di indigenza produttiva che aveva dovuto affrontare all'epoca di Roma città aperta. Ma questi problemi, anziché deprimerlo, lo esaltano e lo inducono a sperimentare soluzioni sempre nuove.
Il primo atto del Rossellini televisivo è L'età del ferro (1964), storia della tecnologia umana in cinque puntate di un'ora circa. Egli segue l'evoluzione della cultura del ferro dall'antichità fino ai giorni nostri, ricostruendo le tappe principali della storia dell'uomo. Lo spunto è offerto dall'inaugurazione di un grande centro siderurgico a Taranto. Il budget è di cento milioni, ma una metà del costo viene coperta da una sponsorizzazione Italsider. Nelle vesti di producer figurano Ermanno Olmi e Tullio Kezich. Roberto Rossellini appare nei titoli di testa come supervisore mentre la regia è affidata a suo figlio Renzo, detto Renzino; si conclude in questo modo il percorso di allontanamento (almeno formale) di Roberto dalla sedia di regia, lentamente maturato negli anni passati. Egli non ha alcuna intenzione di mettersi da parte, anzi, è più che mai coinvolto nella realizzazione. Ma ci tiene a rinnegare il ruolo sacrale del regista, feticisticamente attaccato al suo trono. Rossellini scopre e valorizza il cinema come pensiero; l'ideazione, la ricerca, lo studio, la costruzione dell'impianto narrativo, sono fasi che paiono molto più importanti della regia, intesa nella sua accezione più classica. Una volta poste le premesse teoriche, la regia si riduce a mera esecuzione ed egli esprime la volontà di potersene disinteressare (anche se spesso vi è pienamente coinvolto). In L'età del ferro, Roberto compare al principio e alla fine di ciascuna puntata: tira le fila del discorso, ne rimarca gli aspetti salienti, introduce considerazioni diverse. Egli non teme l'immagine delle trasmissioni di studio; non teme di apparire come un mezzobusto parlante sullo sfondo di uno scaffale ricolmo di libri. L'iconografia della televisione "culturale" non lo spaventa: queste introduzioni discorsive sono altri tasselli del suo puzzle espositivo nel quale egli si serve di ogni tipo di materiale, senza paure, senza complessi. Il tessuto espositivo di "L'età del ferro" ci fa pensare ad un grande collage. Vi ritroviamo alcuni brani documentaristici girati ex-novo, immagini tratte da classici del cinema storico ( da Scipione l'Africano di Gallone a Napoleone ad Austerlitz di Abel Gance), sequenze rubate ai suoi stessi lavori (da Luciano Serra pilota a Paisà, a Germania anno zero), brevi sequenze recitate che drammatizzano alcuni passaggi del discorso e perfino lunghi capitoli di racconto. (...) Ciò che emerge dalle cinque puntate di L'età del ferro è soprattutto il ritrovato entusiasmo di Rossellini. Questa formula, nella quale convivono documentario e recitazione, è certamente la più adatta alle sue doti, alla sua sensibilità e perfino alla sua disorganicità. Essa gli consente di dedicare la massima attenzione ai momenti della storia che ritiene più toccanti e significativi; e d'altra parte gli consente di liquidare con quattro foto d'archivio ed una voce off i passaggi che meno lo intrigano.
Le cinque puntate di L'età del ferro furono messe in onda dalla RAI settimanalmente, il venerdì sera alle 21.15, sul secondo canale, a cominciare dal 19 marzo 1965. Ottennero un audience media di due milioni e seicentomila telespettatori per puntata, risultato apprezzabile soprattutto se si considera che contemporaneamente il primo canale trasmetteva cose assai ghiotte, come l'appuntamento settimanale con la prosa.

mercoledì 19 settembre 2012

Le notizie impossibili di Carlo Lizzani

 


Nel volume "Carlo Lizzani. Cinema, storia e storia del cinema" a cura di Gualtiero De Santi e Bernardo Valli (Liguori Editore, 2007), viene analzzato l'interesse del regista, sceneggiatore e critico cinematografico italiano per i soggetti storici e sopratutto per gli episodi più recenti della storia italiana (v. Il processo di Verona, del 1963Mussolini ultimo atto, del 1974; Le cinque giornate di Milano, del 2004, per la televisione)
I suoi film e documentari sono sempre rivolti ad un pubblico ampio, come sottolinea Gianfranco Miro Gori ("Lizzani e la storia" in "Carlo Lizzani. Cinema, storia e storia del cinema", p. 37 ss.), pertanto Lizzani è attento anche ai nuovi linguaggi del cinema e della televisione, e non si sottrae alla sperimentazione. E' il caso di alcuni progetti, mai realizzati, che sono stati pubblicati in fondo al volume già citato. Tra questi una serie di sketch televisivi, intitolati: "Le grandi inchieste di Teleuniverso", in cui il regista inventa un telegiornale moderno che annuncia notizie vecchie di migliaia e migliaia di anni, adattandole alla cultura e alla mentalità dei nostri giorni. Ne scaturisce un programma surreale ma divertente che, nel confronto diretto ma insolito con le storie della Genesi, ci aiuta a comprendere anche il "senso del ridicolo" della nostra quotidianità. Riporto qui solo il primo esempio della sceneggiatura:

L'ambientazione: uno studio televisivo modernissimo, con monitor e schermi per i collegamenti con l'esterno.

Speaker: Licenziati per il furto di una mela. Due giovani, Adamo C. e Eva F., sorpresi mentre, forse stremati dalla fame, si nutrivano facendo ricorso all'espediente più banale: il furto di una mela, sono stati ieri licenziati in tronco da un padrone che evidentemente non ha il senso del ridicolo. Dopo il bambino multato per aver morso un cioccolatino senza essersi munito del regolare scontrino, dopo la signora multata per aver usufruito dei servizi del figlio parrucchiere senza aver versato il normale compenso, era inevitabile il ripetersi di un evento da manuale come quello della mela. Anche i sociologi più conservatori e i giuristi più tradizionalisti da secoli mettono in guardia i tutori dell'ordine contro questa caccia miope al piccolo trasgressore a scapito di un vero, serio impegno per la repressione del crimine organizzato...

I titoli di alcuni "fondi": 
"Il rovescio della medaglia" di Norberto Bobbio, "Il senso del ridicolo" di Giorgio Bocca, "Società del benessere e società del malessere", di Edgar Morin.

La protesta dei sindacati: forse lo sciopero dei raccoglitori di frutta.

Poi dibattito in sala con alcuni esperti, e collegamenti con l'esterno, anche dal vero, davanti a scuole, nei mercati, ecc. Con risultati sicuramente sorprendenti data la stranezza delle domande poste a bruciapelo, su Eva, Adamo, ecc.

domenica 2 settembre 2012

La televisione didattica di Roberto Rossellini



di Caterina Pisu


Roberto Rossellini, il maestro del cinema neorealista, fu senza dubbio un anticipatore dei tempi in tema di divulgazione della storia. Secondo alcuni egli fu innanzitutto "un grande documentarista che a fatica si è inserito all'interno del cinema a soggetto portandosi ostinatamente dietro gli straordinari strumenti che aveva sviluppato per inseguire quella originaria vocazione" (v. "Carlo Lizzani. Cinema, storia e storia del cinema", a cura di G. De Santi, B. Valli, De Liguori Editore 2007, p. 21). Questa sua passione iniziale si concretizza nell'ultima parte della sua carriera, negli anni Sessanta e Settanta, quando scopre lo strumento televisivo come "risorsa tecnologica e linguistica nuova" (De Santi 2007, p. 22)
e inizia a lavorare per la televisione italiana e francese. Essendo uno sperimentatore, egli trova nel documentario una possibilità di espressione che lo attrae e che gli consente di divulgare temi culturali presso il pubblico di massa, dando vita a una sua idea, del tutto originale, di "televisione didattica". Rossellini voleva "che il cinema servisse come mezzo di conoscenza, che avesse un valore culturale, che fosse un’apertura della coscienza" e questo fu l'obiettivo di tutta la sua lunga carriera.
Scrive Edoardo Bruno nell'Enciclopedia del Cinema Treccani: "(...) Come egli stesso avrebbe insegnato agli allievi dell'Università di Houston in una serie di lezioni tenute in qualità di visiting professor, per mettere in crisi lo stesso sapere con un altro sapere, per trasformare "il divertimento in conoscenza", bisogna porsi il problema della popolarità, non come comodo alibi ma in quanto traguardo da conquistare. Di queste idee fu anzitutto testimonianza la serie dei documentari televisivi L'Età del Ferro (1964), realizzata in varie puntate dal figlio Renzo (nato dalla prima moglie, la costumista Marcella De Marchis) su soggetto, sceneggiatura e supervisione di R., contributo a questo suo modo di considerare la Storia come un continuo cammino dell'uomo, partendo da un nucleo unitario ‒ la Toscana, l'Etruria ‒ dall'Età del Ferro sino alla cronaca dei nostri giorni". (Enciclopedia del Cinema (2004), voce "Rossellini Roberto" di Edoardo Bruno). Anche nella sua produzione cinematografica più tarda il regista si mostrò spesso interessato ai temi storici. Ricordiamo: Il Messia (1975), Gli atti degli Apostoli (1968), Socrate (1970), Pascal (1971), Cartesius (1974), La prise de pouvoir par Louis XIV, Viva l'Italia!, Anno uno (1974).
Per tornare, però, alla sua produzione per la televisione, analizzando in particolare L'Età del Ferro, documentario trasmesso sul secondo canale dalla RAI nel 1965, e La lotta dell'uomo per la sua sopravvivenza, altro documentario TV in dodici episodi, del 1970, se in entrambi i casi Rossellini non compare come regista, il suo stile è comunque inconfondibile. In questi filmati lo si può vedere nel ruolo di narratore perché "l'iconografia della televisione culturale non lo spaventa" ("I film di Roberto Rossellini" di S. Masi, E. Lancia, Gremese Editore, 1987, p. 100) ma, anzi, è convinto dell'importanza del ruolo didattico che questa può svolgere a favore di tutta la società. Rossellini non fa un tentativo di selezione degli argomenti ma concentra tanti spunti di racconto e di riflessione in questi documentari, operando una sorta di collage che include brani di documentario e di recitazione ("I film di Roberto Rossellini" di S. Masi, E. Lancia, Gremese Editore, 1987, p . 100). Un progetto enciclopedico ambizioso che, forse per questa sua pretesa di completezza, non fu molto apprezzato dalla critica del tempo che gli rimproverò un eccesso di semplificazione. L'opera documentaristica di Rossellini resta comunque una tappa importante della sua carriera ed ha certamente influenzato la televisione culturale e scientifica divulgativa dei nostri giorni. 

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