domenica 24 febbraio 2013

Donne archeologhe? No grazie, archeologi e basta




di Caterina Pisu




In vista della festa dell’8 marzo, vorrei parlare di un fenomeno che, a mio avviso, ha qualcosa di preoccupante: il tentativo di far risaltare o in qualche modo “separare” la realtà femminile presente nei vari ambiti lavorativi e professionali: così fioriscono associazioni e/o movimenti di donne giuriste, medico, avvocati, imprenditrici, geometra e ora…anche archeologhe. Questi movimenti, in realtà, creano essi stessi le differenze, proprio perché tendono da un lato a far sembrare che le donne vivano in una continua condizione di inferiorità dall'altro a circondarle di una sorta di “aura sacra”, in virtù della quale si pretendono condizioni di privilegio rispetto ai colleghi uomini (per es. quote rosa e via dicendo).
Come donna la trovo un’idea molto stupida e anacronistica, così come lo è la “festa della donna” cui ormai siamo tutti abituati. Le donne valgono quanto un uomo, questo è un dato di fatto, ma poi ogni individuo dovrà dimostrare le qualità che possiede con le proprie uniche forze. E saranno uomini e donne insieme a pretendere che lo Stato promulghi leggi valide che tutelino tutti i lavoratori, senza distinzione di sesso, età, razza e religione, in qualsiasi particolare condizione di svantaggio si possano trovare.
Come ha detto la femminista (vera) Caitlin Moran, «il femminismo non è buddismo»  e, infatti, perché mai le donne dovrebbero fare corporazione? «Le donne sono il 52% della popolazione, è impossibile essere tutte d’accordo. Se gli uomini possono parlare male l’uno dell’altro, perché non possiamo farlo noi?». Una logica talmente ovvia da mettere immediatamente nell’ombra quelle che io chiamo le femministe demagoghe (e i femministi demagoghi), ovvero chi usa i problemi delle donne per attirare l’attenzione su di sé.  
E per finire ancora con le parole della Moran: «Basta con il femminismo come medicina da assumere a tutti i costi».

Nessun commento:

Posta un commento