sabato 9 marzo 2013
martedì 26 febbraio 2013
Nella culla dell’Europa
Intervista a David Lordkipanidze, direttore del Museo Nazionale della Georgia e scopritore dell’Homo georgicus, realizzata da Caterina Pisu e Konstantin Vekua per ArcheoNews (marzo 2012)
La Georgia, culla della civiltà occidentale, nel cui remoto passato sono radicati alcuni dei più affascinanti miti e leggende del mondo antico - Prometeo, gli Argonauti, le Amazzoni, per citarne alcuni – è, ora, una terra quasi completamente da riscoprire anche se in questi ultimi anni l’interesse generale per le preziose testimonianze storiche di questo paese si è notevolmente accresciuto. L’archeologia georgiana è una miniera di scoperte e numerose missioni internazionali, anche italiane, sono impegnate da anni in scavi e ricerche in varie parti del Paese: l’Università Ca’ Foscari di Venezia conduce scavi dal 2009 nella provincia georgiana di Shida-Kartli, nell’ambito di un progetto di ricerca su siti del IV e del III millennio a. C., in collaborazione con il Museo Nazionale della Georgia, il quale partecipa anche alla missione archeologica coordinata dall’Università di Firenze che ha in corso lo scavo del sito paleoantropologico di Dmanisi. La recente esposizione Il vello d’oro. Antichi tesori della Georgia, a Roma, nel Museo dei Fori Imperiali ai Mercati di Traiano, ha contribuito notevolmente a far conoscere al più vasto pubblico il patrimonio archeologico georgiano. I reperti in mostra provenivano dal Museo Nazionale della Georgia. A questo museo, il più importante del Paese, e al suo direttore, il Prof. David Lordkipanidze, si deve il notevole impulso dato in questi anni alla conoscenza della storia e della cultura georgiana. Lordkipanidze, antropologo e archeologo di fama internazionale, é l’autore delle ricerche che hanno condotto alla scoperta dell’Homo georgicus, precursore dell’Homo erectus; dal 2007 è membro della United States National Academy of Sciences e Fellow della World Academy of Art and Science. Il Prof. David Lordkipanidze ha gentilmente concesso ad ArcheoNews una breve intervista che riportiamo qui di seguito.
Prof. Lordkipanidze, lei dirige il Museo Nazionale della Georgia dal 2004. In questi otto anni di gestione, a quali obiettivi, tra i vari che si è posto, ha voluto dare maggiore priorità?
I cambiamenti si stanno muovendo in tutte le direzioni. Prima di tutto ci siamo preoccupati di migliorare le condizioni di conservazione delle collezioni museali; inoltre abbiamo dato ampio impulso alla realizzazione di mostre; sono stati completamente rinnovati il Museo Storico, la Galleria nazionale ed il museo di Signaghi (città nella regione di Kakheti, Georgia orientale). E’ stato aperto il museo dell’area archeologica di Dmanisi (città al sud della Georgia con i suoi scavi paleontologici e non solo). In questo momento si stanno ristrutturando anche i musei di Svaneti (la regione più alta dell’Europa al nord della Georgia) e di Akhaltsikhe (città al sud della Georgia). Nel contempo si stanno progettando e realizzando alcuni progetti scientifici sia a livello nazionale che mondiale.
In campo educativo, quali strategie ha adottato il museo per avvicinare e coinvolgere il pubblico più giovane?
E’ stato creato un polo didattico che sta collaborando intensamente con le scuole. Sono stati elaborati progetti per le scuole superiori anche in collaborazione con le università di Firenze e di Ferrara. Vorrei evidenziare che nel museo dell’area archeologica di Dmanisi funziona la scuola estiva internazionale, i cui crediti sono riconosciuti nelle università degli Stati Uniti.
A suo parere, quali aspetti del sistema museale del suo Paese potrebbero essere migliorati?
Probabilmente sarebbe necessaria più partecipazione da parte della società.
Il Museo Nazionale della Georgia collabora con l’Italia e con altri Paesi esteri alla conduzione di varie missioni archeologiche. E’ previsto un proseguimento e un incremento di queste attività di scavo e di ricerca?
Ad alcuni progetti parteciperanno ancora sia studiosi italiani che di altri paesi; una missione archeologica georgiana è al momento attiva con successo in Kuwait.
Prof. Lordkipanidze, la ringraziamo per la disponibilità con cui ha accettato di rispondere alle nostre domande e le auguriamo un buon lavoro.
Il documentario archeologico guarda al futuro
di Caterina Pisu
In questi ultimi anni la documentaristica archeologica sta vivendo
un periodo di particolare fioritura. Ce ne siamo accorti grazie a
manifestazioni che hanno raccolto un buon successo anche presso il pubblico
generalista, come la Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di
Rovereto o, proprio lo scorso anno, il primo Festival del Cinema Archeologico
di Pisa. Ed è proprio al grande pubblico che vogliono rivolgersi gli archeologi
documentaristi, impossessandosi delle tecniche di comunicazione proprie dei
mass media. Troppo spesso (e succede ancora oggi) i media hanno fatto da
tramite tra archeologia e pubblico, cercando di semplificare ma talvolta anche
di banalizzare o, peggio, di spettacolarizzare i dati oggettivi delle ricerche
sul campo o delle indagini storiche. Ora, invece, ci sono Soprintendenze, come
la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Etruria Meridionale, che da anni
si sono dotate di un Laboratorio di Didattica e Promozione visuale[1], e ci sono nuove realtà
che appartengono al mondo accademico, rappresentate, per esempio, dal Laboratorio
di Valorizzazione e Comunicazione dei Beni Archeologici dell'Università
IULM di Milano (Archeoframe). Nata nel 2007, Archeoframe svolge attività didattiche,
progettuali e di sperimentazione sulla valorizzazione, la comunicazione,
la divulgazione e la fruizione dei Beni Archeologici in Italia e nei Paesi
del Mediterraneo. Il Laboratorio ha già realizzato diversi filmati e
prodotti multimediali. All'attività di comunicazione e divulgazione affianca
progetti di catalogazione e documentazione fotografica dei siti
archeologici del Mediterraneo. inoltre, realizza progetti di valorizzazione
e promozione di musei e aree archeologiche, avvalendosi non solo di archeologi
e storici dell'arte, ma anche di professionisti e tecnici nei settori delle
Scienze della Comunicazione, dell'Economia della Cultura, delle Scienze
Turistiche, delle Relazioni Pubbliche.
Focalizzando l’attenzione
prevalentemente sulla attività documentaristica di Archeoframe, mi piace
descriverne soprattutto il metodo con cui vengono realizzati i documentari. Essi
sono concepiti come progetti didattici nell'ambito degli insegnamenti di
archeologia delle lauree magistrali IULM. Sono gli stessi studenti universitari
che, con l'aiuto dei docenti, di un regista, di operatori e montatori, partecipano
attivamente alla preparazione del documentario. Il lavoro inizia con l'analisi
del territorio e dei siti prescelti, per poi passare alla costruzione della
sceneggiatura, alla scrittura dei testi, fino alle riprese, al montaggio e alla
promozione del prodotto. Una vera scuola di documentaristica archeologica che
certamente avrebbe entusiasmato Roberto Rossellini, antesignano della
tradizione italiana in questo settore.
Archeoframe cura con particolare attenzione l’aspetto didattico
della propria attività di produzione multimediale: dal 2008 è stata avviata una collaborazione
con l'Associazione Nazionale Insegnanti di Storia dell'Arte (ANISA), grazie
alla quale vengono organizzati incontri e proiezioni dei documentari nelle
scuole superiori a Milano e in Lombardia. Nel 2011, inoltre, è iniziato un
progetto finanziato del MIUR per la divulgazione delle scienze nella
ricostruzione del passato, in collaborazione con la Direzione Generale
Scolastica Lombardia. Un’altra collaborazione per stage e progetti didattici è
stata avviata con il Festival Internazionale del Cinema Archeologico di
Rovereto e con il canale tematico web di Archeologia Viva, sul quale è possibile
vedere i documentari archeologici IULM.
Fra i lavori più recenti si
annoverano un documentario sui siti longobardi italiani iscritti nel 2011 nella
World Heritage List dell’Unesco (I Longobardi in Italia. I luoghi del potere) e
un documentario sul patrimonio archeologico della Lombardia riconosciuto
dall’Unesco, dalle palafitte dei laghi alpini ai fasti di Milano paleocristiana.
Il team di Archeoframe,
costituito da ricercatori, autori e registi, è guidato da Luca Peyronel, Professore Associato in Archeologia e Storia
dell'Arte del Vicino Oriente Antico presso la Libera Università di Lingue e Comunicazione
IULM di Milano, dove è titolare degli insegnamenti di "Archeologia e
Storia dell'Arte Antica", “Archeologia e Beni Culturali” e “Siti e modelli
archeologici" nelle Facoltà di Arti e di Turismo. È membro del Comitato
Scientifico della Fondazione IULM. Dal 1991 fa parte della Missione Archeologica
Italiana in Siria, svolgendo la propria attività di ricerca in particolare nei
siti di Tell Mardikh-Ebla e di Tell Tuqan.
Ulteriori informazioni sono
sul portale http://www.iulm.it/
e sulla pagina Facebook:
[1] Laboratorio
che fa riferimento a Maurizio Pellegrini, autore di vari documentari visibili
sul canale You Tube labdidpromvis.
domenica 24 febbraio 2013
Donne archeologhe? No grazie, archeologi e basta
di Caterina Pisu
In vista della festa dell’8
marzo, vorrei parlare di un fenomeno che, a mio avviso, ha qualcosa di
preoccupante: il tentativo di far risaltare o in qualche modo “separare” la
realtà femminile presente nei vari ambiti lavorativi e professionali: così
fioriscono associazioni e/o movimenti di donne giuriste, medico, avvocati,
imprenditrici, geometra e ora…anche archeologhe. Questi movimenti, in realtà,
creano essi stessi le differenze, proprio
perché tendono da un lato a far sembrare che le donne vivano in una continua condizione
di inferiorità dall'altro a circondarle di una sorta di “aura sacra”, in virtù della quale si pretendono condizioni di privilegio rispetto ai colleghi uomini (per es. quote rosa e via
dicendo).
Come donna la trovo un’idea molto
stupida e anacronistica, così come lo è la “festa della donna” cui ormai siamo
tutti abituati. Le donne valgono quanto un uomo, questo è un dato di fatto, ma
poi ogni individuo dovrà dimostrare le qualità che possiede con le proprie
uniche forze. E saranno uomini e donne insieme a pretendere che lo Stato
promulghi leggi valide che tutelino tutti i lavoratori, senza distinzione di
sesso, età, razza e religione, in qualsiasi particolare condizione di
svantaggio si possano trovare.
Come ha detto la femminista
(vera) Caitlin Moran, «il
femminismo non è buddismo» e, infatti,
perché mai le donne dovrebbero fare corporazione? «Le donne sono il 52% della popolazione, è impossibile essere
tutte d’accordo. Se gli uomini possono parlare male l’uno dell’altro,
perché non possiamo farlo noi?». Una logica talmente ovvia da mettere
immediatamente nell’ombra quelle che io chiamo le femministe demagoghe (e i femministi demagoghi), ovvero
chi usa i problemi delle donne per attirare l’attenzione su di sé.
E per finire ancora con le parole della Moran:
«Basta con il femminismo come medicina da
assumere a tutti i costi».
mercoledì 19 settembre 2012
Le notizie impossibili di Carlo Lizzani
Nel volume "Carlo Lizzani. Cinema, storia e storia del cinema" a cura di Gualtiero De Santi e Bernardo Valli (Liguori Editore, 2007), viene analzzato l'interesse del regista, sceneggiatore e critico cinematografico italiano per i soggetti storici e sopratutto per gli episodi più recenti della storia italiana (v. Il processo di Verona, del 1963; Mussolini ultimo atto, del 1974; Le cinque giornate di Milano, del 2004, per la televisione).
I suoi film e documentari sono sempre rivolti ad un pubblico ampio, come sottolinea Gianfranco Miro Gori ("Lizzani e la storia" in "Carlo Lizzani. Cinema, storia e storia del cinema", p. 37 ss.), pertanto Lizzani è attento anche ai nuovi linguaggi del cinema e della televisione, e non si sottrae alla sperimentazione. E' il caso di alcuni progetti, mai realizzati, che sono stati pubblicati in fondo al volume già citato. Tra questi una serie di sketch televisivi, intitolati: "Le grandi inchieste di Teleuniverso", in cui il regista inventa un telegiornale moderno che annuncia notizie vecchie di migliaia e migliaia di anni, adattandole alla cultura e alla mentalità dei nostri giorni. Ne scaturisce un programma surreale ma divertente che, nel confronto diretto ma insolito con le storie della Genesi, ci aiuta a comprendere anche il "senso del ridicolo" della nostra quotidianità. Riporto qui solo il primo esempio della sceneggiatura:
L'ambientazione: uno studio televisivo modernissimo, con monitor e schermi per i collegamenti con l'esterno.
Speaker: Licenziati per il furto di una mela. Due giovani, Adamo C. e Eva F., sorpresi mentre, forse stremati dalla fame, si nutrivano facendo ricorso all'espediente più banale: il furto di una mela, sono stati ieri licenziati in tronco da un padrone che evidentemente non ha il senso del ridicolo. Dopo il bambino multato per aver morso un cioccolatino senza essersi munito del regolare scontrino, dopo la signora multata per aver usufruito dei servizi del figlio parrucchiere senza aver versato il normale compenso, era inevitabile il ripetersi di un evento da manuale come quello della mela. Anche i sociologi più conservatori e i giuristi più tradizionalisti da secoli mettono in guardia i tutori dell'ordine contro questa caccia miope al piccolo trasgressore a scapito di un vero, serio impegno per la repressione del crimine organizzato...
I titoli di alcuni "fondi":
"Il rovescio della medaglia" di Norberto Bobbio, "Il senso del ridicolo" di Giorgio Bocca, "Società del benessere e società del malessere", di Edgar Morin.
La protesta dei sindacati: forse lo sciopero dei raccoglitori di frutta.
Poi dibattito in sala con alcuni esperti, e collegamenti con l'esterno, anche dal vero, davanti a scuole, nei mercati, ecc. Con risultati sicuramente sorprendenti data la stranezza delle domande poste a bruciapelo, su Eva, Adamo, ecc.
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Archeologia e letteratura: i libri gialli
Questo post è tratto dal capitolo "Il detective e l'archeologo" dell'Enciclopedia "I segreti dell'Archeologia", a cura di G. M. Della Fina, De Agostini 2001, pp. 196-197
Quando C. W. Ceram, nel suo "romanzo dell'archeologia" Civiltà sepolte, paragonava il lavoro dell'archeologo a quello della polizia scientifica, il genere letterario del giallo si era già da tempo appropriato dei metodi dell'archeologia, con la conseguenza che confrontare le indagini di uno studioso dell'antichità con quelle di un investigatore privato era divenuto già quasi un luogo comune.
L'archeologo e il detective si trovano davanti a un fatto ignoto e cercano, in base alle tracce, di ricostruire il passato: l'uno magari di duemila anni fa, l'altro solo di due giorni prima.
Uno dei primi scrittori a prendere spunto dall'archeologia per le ricerche criminologiche del suo detective fu l'inglese Wilkie Collins, che nel giallo The Law and the Lady del 1875 fece scervellare a lungo l'investigatore finché questi non si ricordò degli scavi di Pompei: per trovare una lettera compromettente, il protagonista si ispirò agli scavi sistematici effettuati nelle fosse dei rifiuti della città vesuviana, che avevano portato alla luce materiali importanti per la ricostruzione della vita quotidiana, ed ecco che il pezzo mancante per risolvere il caso si trovò proprio nella spazzatura domestica dell'incriminato.
L'allusione all'archeologia non poteva essere più chiara, ma non era neanche necessario, come mostrano gli altri romanzi di Collins e dei suoi contemporanei: ciò che contava, e quello che fa di Wilkie Collins uno dei più grandi rappresentanti della giallistica, era innanzitutto il metodo, la ricerca sistematica, l'analisi puntuale di tutti i dettagli, anche di quelli più insignificanti, i quali, una volta messi insieme, conducevano alla soluzione.
Anche i più grandi detective di tutti i tempi - Sherlock Holmes, Hercule Poirot - hanno spesso contatti con il mondo dell'archeologia. Nel Mastino dei Baskerville, Arthur Conan Doyle immagina nel paesaggio intorno a Baskerville Hall un antico villaggio preistorico aumentando il presunto mistero soprannaturale che circonda il luogo e che solo Sherlock Holmes, con le sue deduzioni razionali, risulta in grado di comprendere: "Erano le abitazioni dei nostri rispettabili antenati. La brughiera era densamente abitata dall'uomo preistorico e poiché d'allora nessuno si è stabilito qui, troviamo ogni particolare intatto, esattamente come allora. (...) Quando era abitata? - Neolitico, senza una data precisa".

Nell'occasione, Doyle descrisse anche un altro personaggio, il dottor Mortimer, che nel tempo libero aveva "scavato in un vecchio tumulo a Long Down e portato alla luce con grande gioia un teschio preistorico"; un archeologo dilettante, dunque, che nel romanzo ha il ruolo importante di convincere Holmes a occuparsi dello straordinario caso. Lo stesso Watson rimase impressionato dal passatempo del medico: - "Non ho mai visto un uomo così sinceramente entusiasta come lui!".
Le affinità tra il lavoro dell'archeologo e del detective erano, dunque, piuttosto chiare e venivano sfruttate spesso, con allusioni più o meno dirette, dagli scrittori. Ma furono pochissimi i tentativi, nei gialli, di affidare il ruolo di protagonisti a veri e propri archeologi. La ragione va forse cercata nella complessità del lavoro archeologico, che presuppone conoscenze troppo dettagliate e specializzate per creare una trama avvincente. Gli esempi di questo tipo, infatti, non convincono quasi mai perché lo scrittore trascura le tecniche archeologiche per mancanza di competenze - come nel caso del detective-archeologo Martin Cotterell di John Trench - o perché non è all'altezza di una trama appassionante, come nei gialli dell'archeologo Dilwyn Rees.
La signora del crimine
Non a caso l'unica unione felice si trova ancora oggi nei libri di Agatha Christie. Già prima di sposare l'archeologo Max Mallowan, la Christie era rimasta profondamente suggestionata dalle notizie sensazionali provenienti dalle scienze dell'antichità e non tardò a rielaborarle nei suoi affascinanti libri.
| Agatha Christie con il marito Max Mallowan, autorevole archeologo britannico |
Nel 1924, la scrittrice pubblicò il racconto "L'avventura della tomba egiziana", che trae spunto dalla spettacolare apertura della tomba di Tutankhamon avvenuta nel febbraio del 1923 e dalla misteriosa morte del suo scopritore, Lord Carnarvon, avvenuta nell'aprile dello stesso anno. In seguito, la Christie affidò alla penna le esperienze vissute nel Vicino Oriente e, soprattutto, negli emozionanti scavi diretti da suo marito e a cui lei stessa prese parte: i suoi libri traggono ancor oggi il loro maggior fascino da questo mondo avventuroso, decisamente fuori dal comune. Spesso compare anche un archeologo - in Murder in Mesopotamia (Non c'è più scampo) del 1936 la trama ruota tutta attorno a uno scavo archeologico - ma per la scrittrice è sempre un outsider, né elegante né distinto d'aspetto, si comporta in maniera piuttosto rozza, cosa che scandalizzerebbe il mondo borghese e conformista se non ci fosse il prestigio e l'approvazione sociale di cui gode grazie ai suoi studi. Indicativa in proposito è la descrizione del bagaglio di Richard Baker in viaggio verso gli scavi dell'antica città di Murik, ne Il mondo è in pericolo, che viene descritto nella seguente maniera: "Consisteva quasi interamente di libri. Pigiama e camicie erano stati buttati alla rinfusa tra di essi, quasi come per un ripensamento". Egli, d'altronde, "di rado s'interessava ai rappresentanti della specie umana. Un coccio facente parte di un vaso antico lo eccitava assai più di un semplice essere umano nato nel corso del ventesimo secolo dopo Cristo".
Allo stesso modo, in Death on the Nile (Poirot sul Nilo), la Christie introduceva "Guido Richetti, l'archeologo, uomo piuttosto grassoccio", il quale non tollerava che si parlasse male delle antichità e in un'occasione "proruppe in un'appassionata e non sempre conprensibile difesa delle pietre".
Durante una gita turistica a Karnak, "l'archeologo Richetti, sdegnando le spiegazioni dell'interprete, esaminava i bassorilievi ai piedi delle enormi statue", mentre Hercule Poirot con il resto del gruppo ammirava il grande tempio costruito da Ramesse, dove "i quattro colossi rappresentanti lo stesso ramesse guardavano dall'alto della loro statura il gruppetto di minuscoli curiosi". Il famoso detective non si lasciò comunque ingannare dall'apparenza e ben presto svelò la vera identità dell'impostore che era, in verità, un ricercato terrorista: "Mi è sempre parso che ci fosse qualcosa di poco chiaro, in lui. Era troppo perfetto, nella sua parte, troppo archeologo e troppo poco uomo".
Come si è già accennato, Agatha Christie conosceva veramente bene il mondo degli archeologi attraverso il marito, un autorevole studioso consapevole dell'importanza dello scavo stratigrafico per la ricostruzione della vita quotidiana delle civiltà antiche. La Christie aveva conosciuto il futuro marito proprio durante una visita a uno scavo archeologico, e dopo il matrimonio cominciò ad interessarsi in modo serio all'archeologia, partecipando attivamente alle spedizioni.
| Agatha Christie in visita agli scavi di Nippur, Iraq |
Quasi autobiografico è il passo tratto da Il mondo è in pericolo, nel quale la protagonista arriva per caso su uno scavo e viene scambiata per la giovane antropologa attesa: "Le ceste di frammenti di vasi in un primo momento l'avevano fatta ridere (sebbene si fosse ben guardata dal darlo a vedere). Tutti quei pezzetti di scabra terracotta (...) a cosa mai servivano! Poi, quando cominciò a ricongiungerli e a sistemarli in cassette piene di sabbia, il suo interesse si risvegliò. Imparò a riconoscere le forme e persino le epoche. E infine cominciò a ricostruire nella sua mente l'uso a cui erano stati adibiti quei recipienti circa tremila anni prima. Nella piccola zona in cui erano stati trovati i resti di abitazioni private di livello modesto, Victoria si figurò le case nella loro forma originaria, e le persone che in esse avevano abitato, i loro bisogni, gli oggetti di cui disponevano e le loro occupazioni, le loro speranze e i loro timori. E grazie alla sua fervida immaginazione, la sua mente si popolava facilmente di immagini. Un giorno in cui venne ritrovato, al'interno di un muro, un piccolo vaso di terracotta pieni di orecchini d'oro, Victoria rimase incantata". E come l'eroina Victoria, anche Agatha Christie divenne archeologa; davanti ai suoi occhi il passato risorse ed ella si adattò alla realtà quotidiana dello studioso, notando con stupore: "Vede, io avevo sempre pensato che l'archeologia riguardasse solo tombe di re e palazzi". E questa verità comunicò a noi lettori, in una maniera divertente e affascinante.
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mercoledì 5 settembre 2012
XXIII Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico
Museo Civico di Rovereto, 1-6 ottobre 2012
A distanza di ventidue anni dalla prima edizione, anche quest'anno il Museo Civico di Rovereto ospiterà la Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico, un appuntamento irrinunciabile per tutti gli appassionati del genere e per gli studiosi. La Rassegna, diretta da Dario Di Blasi, Conservatore Onorario presso il Museo Civico di Rovereto, prevede un ricco calendario di appuntamenti e di proiezioni, con la cerimonia di premiazione finale in diretta televisiva. Le proiezioni, ad ingresso libero, si svolgeranno presso l'Auditorium del Polo Culturale e Museale "Fausto Melotti ". I film e i documentari in programma sono 100 (inclusa la Sezione speciale Archeologia e Società): si inizierà lunedì 1 ottobre, a partire dalle 15.00, con il documentario tedesco La civilisation horizontale, regia di Bettina Hutschek. A seguire, On the trail of primitive life (the Cambrian Period), film spagnolo diretto da José Ángel Delgado. Sempre nella giornata di lunedì si proietteranno: La fabuleuse histoire de la tête maori du Museum de Rouen del regista francese Philippe Tourancheau, lo spagnolo Ekainberri, nuevo cobijo per la regia di Jose Luis Castro Montoya. Alle 17.00 seguirà la presentazione e inaugurazione della XXIII Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico, cui seguirà la proiezione di In coemeterio. Reconstrucció d'un funeral cristià al s. V d.C. del regista spagnolo Andreu Muñoz Melgar. Nella serata, a partire dalle 20,45, si potrà assistere alla proiezioni di: Basque whalers. The tale of the last whaleboat, regia di Jon Maia, Spagna; Atlas of the two Seas, coproduzione di Inghilterra, Francia, Belgio, regia di Michael Pitts; Looting the Holy Land, palestinese, diretto da Mariam Shahin.
La seconda giornata si aprirà alle 10.00 con la proiezione dei seguenti film: il francese Des dinos sous les vignes diretto da Claude Delhaye; Les murailles du Caire, Francia, regia di Alain Lecler; Sur les traces de Tintin. Les cigares du Pharaon, Francia, regia di Marc Temmerman; l'italiano Erice Afrodite e sacro "Munti" diretto da Stefano Vinciguerra; il giordano Deep time in Tall Hisban, regia di Paul Reid;
Arte libre, Spagna, regia di Victor Cid Gonzalez; Making a reconstruction Bronze Age pot, Inghilterra, regia di Kerenza Townsend e Mike Nendick. Nel pomeriggio si inizierà alle 15.00 con lo spagnolo La presa, regia di Jorge Rivero; Tomb 33, an egyptian mystery, Francia, regia di Thomas Weidenbach; l'italiano Il santuario di Ercole Vincitore a Tivoli, regia di Sergio Riccardi; The eagles of Alexandria, Egitto, regia di Raymond Collet; Sciamani e antenati. Le due Yurte, Italia, regia di Sergio Poggianella; The celtic legacy, Spagna, regia di José Manuel Novoa; Les dieux sont à vendre (Gods for sale), Belgio, regia di Michel Brent. Nella serata, a partire dalle 20.45 si proietteranno il film di coproduzione israeliana, canadese e statunitense Inside Jerusalem: identity and the ancient past, regia di Peter Hagyo-Kovacs; lo statunitense The Caryatid hairstyling project, regia di Katherine A. Schwab; Brand und neue Blüte, Germania, regia di Elli Gabriele Kriesch.
La terza giornata di mercoled 3 ottobre si apre con il francese Sur les traces de Tintin. Le temple du Soleil, regia di Henri De Gerlache; a seguire Aux origines de la Corse chrétienne, les églises oubliées de Propriano, Francia, regia di Virginie Berda; gli italiani Il Vaso François: il mito dipinto, regia di Franco Viviani, e Le avventure di Pizzinnina, regia di Gabriele Giuliani e di Sergio Cavaliere; quindi il francese Légères perturbations en Centre-Gaule, regia di Pénélope de Bozzi, Matthieu Lemarié e Stéphane Corréa; Caesaraugusta: el Foro, y la Casa del Fauno, Spagna, regia di Alfonso Sánchez Calvo; Mozia terra fenicia, Italia, regia di Antonio Lesi. Nel pomeriggio si potranno visionare i filmati El cobre de los Vascos (Euskaldunen Kobrea), Spagna, regia di Giorgio Studer; lo svedese Järnålder - Iron Age, regia di Daniel af Wåhlberg; il francese En Ethiopie, sur les traces des premiers chrétiens, regia di Jean-Louis Saporito; Quand les Gaulois perdaient la tête, Francia, regia di David Geoffroy; Pagine di pietra. I Dauni tra VII e VI sec. a.C., Italia, regia di Franco Viviani.
Al termine delle proiezioni, alle 17,30 è in programma una conversazione di Maria Ausilia Fadda, archeologa, già direttore archeologo della Soprintendenza archeologico di Sassari e Nuoro e direttore del Museo Nazionale di Nuoro, sul tema: Nella Sardegna del XII-VII sec. a.C. principi sacerdoti gestivano un vasto traffico di prodotti metallurgici coniugando tecnologia, ideologie religiose e potere economico.
In serata, dalle 20,45, continueranno le proiezioni con: Secrets of Stonehenge, USA, regia di Gail Willumsen; APA alla scoperta di Bologna, Italia, regia di Giosue Boetto; Expedition Höllenloch - Zur Wiege der Menschheit, Germania, regia di Tamara Spitzing.
Giovedì 4 ottobre mattina si inizia con lo svizzero L'ultima cena di Ötzi, regia di Lucio Rosa e Peter Lorenzi; quindi il greco Witness the past, regia di Angelo Andrikopoulou e Argyris Tsepelikas; Tebtynis, une ville retrouvé, Francia, regia di Alain Lecler; Augusta Bagiennorum, la città dei veterani di Augusto, Italia, regia di Mauro Ferrero; 5 meters under Zürich, Svizzera, regiadi Flavio Cardellicchio (Giò Carde); Praesidium, templum et Ecclesia 2011, Spagna, regia di Josep Maria Macias, Andreu Muñoz e lmma Teixell; Kobenkoba, centro de interpretación del arte paleolítico europeo, Spagna, regia di Alfonso Sánchez Calvo. Nel pomeriggio, dalle 15.00 si susseguiranno le proiezioni di Woman in ancient aegean coast, Turchia, regia di Hülya Önal; La route des amphores. Une histoire de la conquete des Gaules, Francia, regia di Nicolas Jouvin; Archévitis, Italia, regia di Nereo Pederzolli; Sirius, Germania regia di Alan J. Bullock; Bacchino e Vulpecula, Italia, regia di S. Riccardi e A. Petricelli.
Alle 17,.30 si potrà seguire la Conversazione di Attilio Scienza, presidente del corso di laurea in Viticultura ed Enologia, Università di Milano, sul tema L'origine dei vitigni coltivati tra mito e storia.
Nella serata dello stesso giorno si continuerà con le proiezioni a cominciare da Con gli occhi di un pellegrino medievale - La via romanica delle Alpi, Italia, regia di Lucio Rosa; Diolkos for 1500 years, Grecia, regia di T.P. Tassios; Tunnel to a lost world, USA, regia: Philip J Day.
La penultima giornata della Rassegna si apre alle 10.00 con il film francese Douch Ayn Manawir, oasis de Kharga, regia di Alain Lecler; Das Ende der alten Götter, Germania, regia di Elli Gabriele Kriesch; Il santuario di Giove Anxur a Terracina, Italia, regia di Francesco Gabellone; Appia tra la luna e i falò. Incontri con la storia, Italia, regia di Roberto Renna e Massimo Franchi. Nel pomeriggio si assisterà alla proiezione di Nasca lines the buried secrets, USA, regia di Philip J Day; The 2000 year-old computer, Regno Unito, regia di Mike Beckham; Lost cities of the Amazon, USA, regia di Philip J Day.
Alle 17.50 Giuseppe Orefici, archeologo, responsabile per la Missione Archeologica degli scavi di Nasca - Perú, ci illustrerà il tema Civiltà "sepolte" dalla giungla amazzonica.
In serata si potrà seguire "Scienza e tecnica e Mondo Antico", indagini, interviste e considerazioni con personalità, immagini e video condotti da Piero Badaloni in diretta su multipiattaforma televisiva nazionale e internazionale.
La giornata conclusiva, sabato 6 ottobre, dalle 10.00, saranno proiettati gli ultimi film: 212 a.C. - 2012 "Il Console Marco Claudio Marcello alla conquista di Siracusa". L'assedio di Eloro, Leontinoi, Megara, Italia, regia di Agostino De Angelis; Das Bronzekartell: Wirtschaftsboom am Mittelmeer, Germania, regia di Franz Leopold Schmelzer e Gerhard J. Rekel.
Alle 11.15 Massimo Vidale, archeologo con missioni di scavo in Iraq e Pakistan, docente di Archeologia delle Produzioni, Università di Padova, parlerà sul tema: Valle dello Swat-Pakistan, Dhiqar-Nassiria-Iraq: archeologia del dopoguerra.
Nel pomeriggio di sabato, dalle 15.00, le proiezioni di L'Amigdala dimenticata, Italia, regia di Agostino La Torre; Viaggio tra i Nilo-Camiti, pastori della Savana africana, Italia, regia di Alfredo e Angelo Castiglioni; Paestum: verso una manutenzione programmata, Italia, regia di Giuseppe Casu; Die Wiederkehr des Pharao, Germania, regia di Bertram Verhaag; The Parthenon Project, USA, regia di Jenifer Neils.
Alle 17.30 la Conversazione sul tema Il tempio G di Selinunte: nuove ricerche. Selinunte perla preziosa del patrimonio culturale siciliano: fascino e suggestioni cui parteciperanno Mario Luni, archeologo, docente di Archeologia greca e romana, Univ. di Urbino, Caterina Greco, direttore del Parco Archeologico di Selinunte e Cave di Cusa, Valerio Massimo Manfredi, archeologo e scrittore, e Nicola Bonacasa, docente di Archeologia e Storia dell'arte greca e romana, Univ. di Palermo.
In serata, a partire dalle 21.00, dopo la proiezione del film italiano Pompei, diretto da Massimo My, si svolgerà la cerimonia di premiazione del film più gradito al pubblico, cui sarà assegnato il premio "Città di Rovereto-Archeologia Viva". Seguirà la proiezione del cortometraggio premiato nel concorso nazionale "Archeo-Ciak" (concorso indetto dall'Ente Parco della Valle dei Templi di Agrigento in collaborazione con Rassegna e Archeologia Viva).
Museo Civico
Borgo Santa Caterina, 43
I-38068 Rovereto (Trento)
tel +39 0464 452820 (numero diretto)
fax +39 0464 439487
Altre informazioni sul sito www.museocivico.rovereto.tn.it
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