giovedì 30 maggio 2013

UN MUSEO PER LA POMPEI INGLESE DEL MARE



Fonte: Mirror News

Mary Rose: The secrets of Henry VIII's warship surface at new museum. Thanks to silt where it sank, many items were preserved in a near perfect state, creating what has been described as Britain’s own Pompeii.

A general view of the new Mary Rose Museum in Portsmouth's Historic Dock Yard

A Portsmouth sono stati esposti per la prima volta, in un museo, i reperti e ampie parti dello scafo della nave Mary Rose, affondata nel 1545, riportata in superficie nel 1982.  
Si tratta di una documentazione eccezionale che ha fatto molta luce sulla vita del tempo, grazie alla conservazione praticamente perfetta di molti oggetti e delle parti della nave, protetti per secoli dal limo del fondale marino. Si sono conservati perfettamente perfino oggetti in legno e corda, lo scheletro del cane del falegname, utilizzato per catturare i topi a bordo, lo scheletro completo di un uomo e i resti di vari marinai dei quali sono state ricostruite le fattezze dai medici legali. Sono stati trovati anche strumenti musicali, naturalmente armi, utensili vari e ben 82 pettini. Un totale di 19.000 reperti, di cui 5.000 esposti nel museo.


Lo storico David Starkey ha affermato che la Mary Rose è la Pompei inglese, ma preservata dall'acqua, non dal fuoco.
La nave affondò durante una battaglia contro una flotta d'invasione francese. Dei 500 uomini se ne salvarono solo 35.
Il museo si trova a Portsmouth Historic Dockyard, nello stesso luogo in cui la nave è stata costruita, nel 1510.

http://museumsnewspaper.blogspot.it/2013/05/un-museo-per-la-pompei-inglese-del-mare.html

sabato 9 marzo 2013

martedì 26 febbraio 2013

Nella culla dell’Europa




Intervista a David Lordkipanidze, direttore del Museo Nazionale della Georgia e scopritore dell’Homo georgicus, realizzata da Caterina Pisu e Konstantin Vekua per ArcheoNews (marzo 2012)



La Georgia, culla della civiltà occidentale, nel cui remoto passato sono radicati alcuni dei più affascinanti miti e leggende del mondo antico - Prometeo, gli Argonauti, le Amazzoni, per citarne alcuni – è, ora, una terra quasi completamente da riscoprire anche se in questi ultimi anni l’interesse generale per le preziose testimonianze storiche di questo paese si è notevolmente accresciuto. L’archeologia georgiana è una miniera di scoperte e numerose missioni internazionali, anche italiane, sono impegnate da anni in scavi e ricerche in varie parti del Paese: l’Università Ca’ Foscari di Venezia conduce scavi dal 2009 nella provincia georgiana di Shida-Kartli, nell’ambito di un progetto di ricerca su siti del IV e del III millennio a. C., in collaborazione con il Museo Nazionale della Georgia, il quale partecipa anche alla missione archeologica coordinata dall’Università di Firenze che ha in corso lo scavo del sito paleoantropologico di Dmanisi. La recente esposizione Il vello d’oro. Antichi tesori della Georgia, a Roma, nel Museo dei Fori Imperiali ai Mercati di Traiano, ha contribuito notevolmente a far conoscere al più vasto pubblico il patrimonio archeologico georgiano. I reperti in mostra provenivano dal Museo Nazionale della Georgia. A questo museo, il più importante del Paese, e al suo direttore, il Prof. David Lordkipanidze, si deve il notevole impulso dato in questi anni alla conoscenza della storia e della cultura georgiana. Lordkipanidze, antropologo e archeologo di fama internazionale, é l’autore delle ricerche che hanno condotto alla scoperta dell’Homo georgicus, precursore dell’Homo erectus; dal 2007 è membro della United States National Academy of Sciences e Fellow della World Academy of Art and Science. Il Prof. David Lordkipanidze ha gentilmente concesso ad ArcheoNews una breve intervista che riportiamo qui di seguito.

Prof. Lordkipanidze, lei dirige il Museo Nazionale della Georgia dal 2004. In  questi otto anni di gestione, a quali obiettivi, tra i vari che si è posto, ha voluto dare maggiore priorità?

I cambiamenti si stanno muovendo in tutte le direzioni. Prima di tutto ci siamo preoccupati di migliorare le condizioni di conservazione delle collezioni museali; inoltre abbiamo dato ampio impulso alla realizzazione di mostre; sono stati completamente rinnovati il Museo Storico, la Galleria nazionale ed il museo di Signaghi (città nella regione di Kakheti, Georgia orientale). E’ stato aperto il museo dell’area archeologica di Dmanisi (città al sud della Georgia con i suoi scavi paleontologici e non solo). In questo momento si stanno ristrutturando anche i musei di Svaneti (la regione più alta dell’Europa al nord della Georgia) e di Akhaltsikhe (città al sud della Georgia). Nel contempo si stanno progettando e realizzando alcuni progetti scientifici sia a livello nazionale che mondiale.

In campo educativo, quali strategie ha adottato il museo per avvicinare e coinvolgere il pubblico più giovane?

E’ stato creato un polo didattico che sta collaborando intensamente con le scuole. Sono stati elaborati progetti per le scuole superiori anche in collaborazione con le università di Firenze e di Ferrara. Vorrei evidenziare che nel museo dell’area archeologica di Dmanisi funziona la scuola estiva internazionale, i cui crediti sono riconosciuti nelle università degli Stati Uniti.

A suo parere, quali aspetti del sistema museale del suo Paese potrebbero essere migliorati?

Probabilmente sarebbe necessaria più partecipazione da parte della società.

Il Museo Nazionale della Georgia collabora con l’Italia e con altri Paesi esteri alla conduzione di varie missioni archeologiche. E’ previsto un proseguimento e un incremento di queste attività di scavo e di ricerca?

Ad alcuni progetti parteciperanno ancora sia studiosi italiani che di altri paesi; una missione archeologica georgiana è al momento attiva con successo in Kuwait.

Prof. Lordkipanidze, la ringraziamo per la disponibilità con cui ha accettato di rispondere alle nostre domande e le auguriamo un buon lavoro.

Il documentario archeologico guarda al futuro


Laboratorio di Comunicazione e Valorizzazione dei beni archeologici



di Caterina Pisu

In questi ultimi anni la documentaristica archeologica sta vivendo un periodo di particolare fioritura. Ce ne siamo accorti grazie a manifestazioni che hanno raccolto un buon successo anche presso il pubblico generalista, come la Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto o, proprio lo scorso anno, il primo Festival del Cinema Archeologico di Pisa. Ed è proprio al grande pubblico che vogliono rivolgersi gli archeologi documentaristi, impossessandosi delle tecniche di comunicazione proprie dei mass media. Troppo spesso (e succede ancora oggi) i media hanno fatto da tramite tra archeologia e pubblico, cercando di semplificare ma talvolta anche di banalizzare o, peggio, di spettacolarizzare i dati oggettivi delle ricerche sul campo o delle indagini storiche. Ora, invece, ci sono Soprintendenze, come la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Etruria Meridionale, che da anni si sono dotate di un Laboratorio di Didattica e Promozione visuale[1], e ci sono nuove realtà che appartengono al mondo accademico, rappresentate, per esempio, dal Laboratorio di Valorizzazione e Comunicazione dei Beni Archeologici dell'Università IULM di Milano (Archeoframe). Nata nel 2007, Archeoframe svolge attività didattiche, progettuali e di sperimentazione sulla valorizzazione, la comunicazione, la divulgazione e la fruizione dei Beni Archeologici in Italia e nei Paesi del Mediterraneo. Il Laboratorio ha già realizzato diversi filmati e prodotti multimediali. All'attività di comunicazione e divulgazione affianca progetti di catalogazione e documentazione fotografica dei siti archeologici del Mediterraneo. inoltre, realizza progetti di valorizzazione e promozione di musei e aree archeologiche, avvalendosi non solo di archeologi e storici dell'arte, ma anche di professionisti e tecnici nei settori delle Scienze della Comunicazione, dell'Economia della Cultura, delle Scienze Turistiche, delle Relazioni Pubbliche. 
Focalizzando l’attenzione prevalentemente sulla attività documentaristica di Archeoframe, mi piace descriverne soprattutto il metodo con cui vengono realizzati i documentari. Essi sono concepiti come progetti didattici nell'ambito degli insegnamenti di archeologia delle lauree magistrali IULM. Sono gli stessi studenti universitari che, con l'aiuto dei docenti, di un regista, di operatori e montatori, partecipano attivamente alla preparazione del documentario. Il lavoro inizia con l'analisi del territorio e dei siti prescelti, per poi passare alla costruzione della sceneggiatura, alla scrittura dei testi, fino alle riprese, al montaggio e alla promozione del prodotto. Una vera scuola di documentaristica archeologica che certamente avrebbe entusiasmato Roberto Rossellini, antesignano della tradizione italiana in questo settore.
Archeoframe cura con particolare attenzione l’aspetto didattico della propria attività di produzione multimediale:  dal 2008 è stata avviata una collaborazione con l'Associazione Nazionale Insegnanti di Storia dell'Arte (ANISA), grazie alla quale vengono organizzati incontri e proiezioni dei documentari nelle scuole superiori a Milano e in Lombardia. Nel 2011, inoltre, è iniziato un progetto finanziato del MIUR per la divulgazione delle scienze nella ricostruzione del passato, in collaborazione con la Direzione Generale Scolastica Lombardia. Un’altra collaborazione per stage e progetti didattici è stata avviata con il Festival Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto e con il canale tematico web di Archeologia Viva, sul quale è possibile vedere i documentari archeologici IULM.
Fra i lavori più recenti si annoverano un documentario sui siti longobardi italiani iscritti nel 2011 nella World Heritage List dell’Unesco (I Longobardi in Italia. I luoghi del potere) e un documentario sul patrimonio archeologico della Lombardia riconosciuto dall’Unesco, dalle palafitte dei laghi alpini ai fasti di Milano paleocristiana.
Il team di Archeoframe, costituito da ricercatori, autori e registi, è guidato da Luca Peyronel, Professore Associato in Archeologia e Storia dell'Arte del Vicino Oriente Antico presso la Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano, dove è titolare degli insegnamenti di "Archeologia e Storia dell'Arte Antica", “Archeologia e Beni Culturali” e “Siti e modelli archeologici" nelle Facoltà di Arti e di Turismo. È membro del Comitato Scientifico della Fondazione IULM. Dal 1991 fa parte della Missione Archeologica Italiana in Siria, svolgendo la propria attività di ricerca in particolare nei siti di Tell Mardikh-Ebla e di Tell Tuqan.

Ulteriori informazioni sono sul portale http://www.iulm.it/

e sulla pagina Facebook:

http://www.facebook.com/pages/Laboratorio-di-valorizzazione-dei-beni-archeologici-IULM/




[1] Laboratorio che fa riferimento a Maurizio Pellegrini, autore di vari documentari visibili sul canale You Tube labdidpromvis.

domenica 24 febbraio 2013

Donne archeologhe? No grazie, archeologi e basta




di Caterina Pisu




In vista della festa dell’8 marzo, vorrei parlare di un fenomeno che, a mio avviso, ha qualcosa di preoccupante: il tentativo di far risaltare o in qualche modo “separare” la realtà femminile presente nei vari ambiti lavorativi e professionali: così fioriscono associazioni e/o movimenti di donne giuriste, medico, avvocati, imprenditrici, geometra e ora…anche archeologhe. Questi movimenti, in realtà, creano essi stessi le differenze, proprio perché tendono da un lato a far sembrare che le donne vivano in una continua condizione di inferiorità dall'altro a circondarle di una sorta di “aura sacra”, in virtù della quale si pretendono condizioni di privilegio rispetto ai colleghi uomini (per es. quote rosa e via dicendo).
Come donna la trovo un’idea molto stupida e anacronistica, così come lo è la “festa della donna” cui ormai siamo tutti abituati. Le donne valgono quanto un uomo, questo è un dato di fatto, ma poi ogni individuo dovrà dimostrare le qualità che possiede con le proprie uniche forze. E saranno uomini e donne insieme a pretendere che lo Stato promulghi leggi valide che tutelino tutti i lavoratori, senza distinzione di sesso, età, razza e religione, in qualsiasi particolare condizione di svantaggio si possano trovare.
Come ha detto la femminista (vera) Caitlin Moran, «il femminismo non è buddismo»  e, infatti, perché mai le donne dovrebbero fare corporazione? «Le donne sono il 52% della popolazione, è impossibile essere tutte d’accordo. Se gli uomini possono parlare male l’uno dell’altro, perché non possiamo farlo noi?». Una logica talmente ovvia da mettere immediatamente nell’ombra quelle che io chiamo le femministe demagoghe (e i femministi demagoghi), ovvero chi usa i problemi delle donne per attirare l’attenzione su di sé.  
E per finire ancora con le parole della Moran: «Basta con il femminismo come medicina da assumere a tutti i costi».

mercoledì 19 settembre 2012

Le notizie impossibili di Carlo Lizzani

 


Nel volume "Carlo Lizzani. Cinema, storia e storia del cinema" a cura di Gualtiero De Santi e Bernardo Valli (Liguori Editore, 2007), viene analzzato l'interesse del regista, sceneggiatore e critico cinematografico italiano per i soggetti storici e sopratutto per gli episodi più recenti della storia italiana (v. Il processo di Verona, del 1963Mussolini ultimo atto, del 1974; Le cinque giornate di Milano, del 2004, per la televisione)
I suoi film e documentari sono sempre rivolti ad un pubblico ampio, come sottolinea Gianfranco Miro Gori ("Lizzani e la storia" in "Carlo Lizzani. Cinema, storia e storia del cinema", p. 37 ss.), pertanto Lizzani è attento anche ai nuovi linguaggi del cinema e della televisione, e non si sottrae alla sperimentazione. E' il caso di alcuni progetti, mai realizzati, che sono stati pubblicati in fondo al volume già citato. Tra questi una serie di sketch televisivi, intitolati: "Le grandi inchieste di Teleuniverso", in cui il regista inventa un telegiornale moderno che annuncia notizie vecchie di migliaia e migliaia di anni, adattandole alla cultura e alla mentalità dei nostri giorni. Ne scaturisce un programma surreale ma divertente che, nel confronto diretto ma insolito con le storie della Genesi, ci aiuta a comprendere anche il "senso del ridicolo" della nostra quotidianità. Riporto qui solo il primo esempio della sceneggiatura:

L'ambientazione: uno studio televisivo modernissimo, con monitor e schermi per i collegamenti con l'esterno.

Speaker: Licenziati per il furto di una mela. Due giovani, Adamo C. e Eva F., sorpresi mentre, forse stremati dalla fame, si nutrivano facendo ricorso all'espediente più banale: il furto di una mela, sono stati ieri licenziati in tronco da un padrone che evidentemente non ha il senso del ridicolo. Dopo il bambino multato per aver morso un cioccolatino senza essersi munito del regolare scontrino, dopo la signora multata per aver usufruito dei servizi del figlio parrucchiere senza aver versato il normale compenso, era inevitabile il ripetersi di un evento da manuale come quello della mela. Anche i sociologi più conservatori e i giuristi più tradizionalisti da secoli mettono in guardia i tutori dell'ordine contro questa caccia miope al piccolo trasgressore a scapito di un vero, serio impegno per la repressione del crimine organizzato...

I titoli di alcuni "fondi": 
"Il rovescio della medaglia" di Norberto Bobbio, "Il senso del ridicolo" di Giorgio Bocca, "Società del benessere e società del malessere", di Edgar Morin.

La protesta dei sindacati: forse lo sciopero dei raccoglitori di frutta.

Poi dibattito in sala con alcuni esperti, e collegamenti con l'esterno, anche dal vero, davanti a scuole, nei mercati, ecc. Con risultati sicuramente sorprendenti data la stranezza delle domande poste a bruciapelo, su Eva, Adamo, ecc.

Archeologia e letteratura: i libri gialli

Questo post è tratto dal capitolo "Il detective e l'archeologo" dell'Enciclopedia "I segreti dell'Archeologia", a cura di G. M. Della Fina, De Agostini 2001, pp. 196-197

 

Quando C. W. Ceram, nel suo "romanzo dell'archeologia" Civiltà sepolte, paragonava il lavoro dell'archeologo a quello della polizia scientifica, il genere letterario del giallo si era già da tempo appropriato dei metodi dell'archeologia, con la conseguenza che confrontare le indagini di uno studioso dell'antichità con quelle di un investigatore privato era divenuto già quasi un luogo comune.
L'archeologo e il detective si trovano davanti a un fatto ignoto e cercano, in base alle tracce, di ricostruire il passato: l'uno magari di duemila anni fa, l'altro solo di due giorni prima.
Uno dei primi scrittori a prendere spunto dall'archeologia per le ricerche criminologiche del suo detective fu l'inglese Wilkie Collins, che nel giallo The Law and the Lady del 1875 fece scervellare a lungo l'investigatore finché questi non si ricordò degli scavi di Pompei: per trovare una lettera compromettente, il protagonista si ispirò agli scavi sistematici effettuati nelle fosse dei rifiuti della città vesuviana, che avevano portato alla luce materiali importanti per la ricostruzione della vita quotidiana, ed ecco che il pezzo mancante per risolvere il caso si trovò proprio nella spazzatura domestica dell'incriminato.
L'allusione all'archeologia non poteva essere più chiara, ma non era neanche necessario, come mostrano gli altri romanzi di Collins e dei suoi contemporanei: ciò che contava, e quello che fa di Wilkie Collins uno dei più grandi rappresentanti della giallistica, era innanzitutto il metodo, la ricerca sistematica, l'analisi puntuale di tutti i dettagli, anche di quelli più insignificanti, i quali, una volta messi insieme, conducevano alla soluzione.
Anche i più grandi detective di tutti i tempi - Sherlock Holmes, Hercule Poirot - hanno spesso contatti con il mondo dell'archeologia. Nel Mastino dei Baskerville, Arthur Conan Doyle immagina nel paesaggio intorno a Baskerville Hall un antico villaggio preistorico aumentando il presunto mistero soprannaturale che circonda il luogo e che solo Sherlock Holmes, con le sue deduzioni razionali, risulta in grado di comprendere: "Erano le abitazioni dei nostri rispettabili antenati. La brughiera era densamente abitata dall'uomo preistorico e poiché d'allora nessuno si è stabilito qui, troviamo ogni particolare intatto, esattamente come allora. (...) Quando era abitata? - Neolitico, senza una data precisa". 
 
Nell'occasione, Doyle descrisse anche un altro personaggio, il dottor Mortimer, che nel tempo libero aveva "scavato in un vecchio tumulo a Long Down e portato alla luce con grande gioia un teschio preistorico"; un archeologo dilettante, dunque, che nel romanzo ha il ruolo importante di convincere Holmes a occuparsi dello straordinario caso. Lo stesso Watson rimase impressionato dal passatempo del medico: - "Non ho mai visto un uomo così sinceramente entusiasta come lui!".
Le affinità tra il lavoro dell'archeologo e del detective erano, dunque, piuttosto chiare e venivano sfruttate spesso, con allusioni più o meno dirette, dagli scrittori. Ma furono pochissimi i tentativi, nei gialli, di affidare il ruolo di protagonisti a veri e propri archeologi. La ragione va forse cercata nella complessità del lavoro archeologico, che presuppone conoscenze troppo dettagliate e specializzate per creare una trama avvincente. Gli esempi di questo tipo, infatti, non convincono quasi mai perché lo scrittore trascura le tecniche archeologiche per mancanza di competenze - come nel caso del detective-archeologo Martin Cotterell di John Trench - o perché non è all'altezza di una trama appassionante, come nei gialli dell'archeologo Dilwyn Rees.

La signora del crimine

Non a caso l'unica unione felice si trova ancora oggi nei libri di Agatha Christie. Già prima di sposare l'archeologo Max Mallowan, la Christie era rimasta profondamente suggestionata dalle notizie sensazionali provenienti dalle scienze dell'antichità e non tardò a rielaborarle nei suoi affascinanti libri.
Picture
Agatha Christie con il marito Max Mallowan, autorevole archeologo britannico

Nel 1924, la scrittrice pubblicò il racconto "L'avventura della tomba egiziana", che trae spunto dalla spettacolare apertura della tomba di Tutankhamon avvenuta nel febbraio del 1923 e dalla misteriosa morte del suo scopritore, Lord Carnarvon, avvenuta nell'aprile dello stesso anno. In seguito, la Christie affidò alla penna le esperienze vissute nel Vicino Oriente e, soprattutto, negli emozionanti scavi diretti da suo marito e a cui lei stessa prese parte: i suoi libri traggono ancor oggi il loro maggior fascino da questo mondo avventuroso, decisamente fuori dal comune. Spesso compare anche un archeologo - in Murder in Mesopotamia (Non c'è più scampo) del 1936 la trama ruota tutta attorno a uno scavo archeologico - ma per la scrittrice è sempre un outsider, né elegante né distinto d'aspetto, si comporta in maniera piuttosto rozza, cosa che scandalizzerebbe il mondo borghese e conformista se non ci fosse il prestigio e l'approvazione sociale di cui gode grazie ai suoi studi. Indicativa in proposito è la descrizione del bagaglio di Richard Baker in viaggio verso gli scavi dell'antica città di Murik, ne Il mondo è in pericolo, che viene descritto nella seguente maniera: "Consisteva quasi interamente di libri. Pigiama e camicie erano stati buttati alla rinfusa tra di essi, quasi come per un ripensamento". Egli, d'altronde, "di rado s'interessava ai rappresentanti della specie umana. Un coccio facente parte di un vaso antico lo eccitava assai più di un semplice essere umano nato nel corso del ventesimo secolo dopo Cristo".
Allo stesso modo, in Death on the Nile (Poirot sul Nilo), la Christie introduceva "Guido Richetti, l'archeologo, uomo piuttosto grassoccio", il quale non tollerava che si parlasse male delle antichità e in un'occasione "proruppe in un'appassionata e non sempre conprensibile difesa delle pietre".
Durante una gita turistica a Karnak, "l'archeologo Richetti, sdegnando le spiegazioni dell'interprete, esaminava i bassorilievi ai piedi delle enormi statue", mentre Hercule Poirot con il resto del gruppo ammirava il grande tempio costruito da Ramesse, dove "i quattro colossi rappresentanti lo stesso ramesse guardavano dall'alto della loro statura il gruppetto di minuscoli curiosi". Il famoso detective non si lasciò comunque ingannare dall'apparenza e ben presto svelò la vera identità dell'impostore che era, in verità, un ricercato terrorista: "Mi è sempre parso che ci fosse qualcosa di poco chiaro, in lui. Era troppo perfetto, nella sua parte, troppo archeologo e troppo poco uomo".
Come si è già accennato, Agatha Christie conosceva veramente bene il mondo degli archeologi attraverso il marito, un autorevole studioso consapevole dell'importanza dello scavo stratigrafico per la ricostruzione della vita quotidiana delle civiltà antiche. La Christie aveva conosciuto il futuro marito proprio durante una visita a uno scavo archeologico, e dopo il matrimonio cominciò ad interessarsi in modo serio all'archeologia, partecipando attivamente alle spedizioni.
Agatha Christie in visita agli scavi di Nippur, Iraq

Quasi autobiografico è il passo tratto da Il mondo è in pericolo, nel quale la protagonista arriva per caso su uno scavo e viene scambiata per la giovane antropologa attesa: "Le ceste di frammenti di vasi in un primo momento l'avevano fatta ridere (sebbene si fosse ben guardata dal darlo a vedere). Tutti quei pezzetti di scabra terracotta (...) a cosa mai servivano! Poi, quando cominciò a ricongiungerli e a sistemarli in cassette piene di sabbia, il suo interesse si risvegliò. Imparò a riconoscere le forme e persino le epoche. E infine cominciò a ricostruire nella sua mente l'uso a cui erano stati adibiti quei recipienti circa tremila anni prima. Nella piccola zona in cui erano stati trovati i resti di abitazioni private di livello modesto, Victoria si figurò le case nella loro forma originaria, e le persone che in esse avevano abitato, i loro bisogni, gli oggetti di cui disponevano e le loro occupazioni, le loro speranze e i loro timori. E grazie alla sua fervida immaginazione, la sua mente si popolava facilmente di immagini. Un giorno in cui venne ritrovato, al'interno di un muro, un piccolo vaso di terracotta pieni di orecchini d'oro, Victoria rimase incantata". E come l'eroina Victoria, anche Agatha Christie divenne archeologa; davanti ai suoi occhi il passato risorse ed ella si adattò alla realtà quotidiana dello studioso, notando con stupore: "Vede, io avevo sempre pensato che l'archeologia riguardasse solo tombe di re e palazzi". E questa verità comunicò a noi lettori, in una maniera divertente e affascinante.